Intervista di Grégor Samsa su Darkitalia a Miro Sassolini e Monica Matticoli

 Miro Sassolini e Monica Matticoli: l’arte di complicarsi la vita

Foto di Angelo Gambetta, Auditorium le Fornaci Terranuova Bracciolini, Live Miro Sassolini 50/30: dalla new wave a domani, con Mauro Sabbione

Ciò che si tende a dimenticare di un artista è che oltre l’opera e, nel caso di Miro Sassolini, oltre la voce, si celi semplicemente una persona. Un essere umano che, certo, quando calca il palco incanta, ipnotizza, seduce e sublima se stesso a qualcosa di alto o che, candidamente, scavalca il recinto del quotidiano e dell’immanenza. Quella di Miro Sassolini resta, sine dubio, la voce più particolare, più intensa e profonda che sia mai emersa nel panorama “new wave” italiano degli anni ’80. Nonostante “Siberia”, “Tre volte lacrime” e “Boxe” siano diventati oggetti di culto per vecchie e nuove generazioni, l’ingrediente principale dell’arte di Miro, a distanza di trent’anni dal suo esordio con i “Diaframma”, resta l’umanità. Negli anni del suo “silenzio” ha dipinto, letto e ha studiato nuovi modi per valorizzare se stesso e la sua voce incredibile. Con Monica Matticoli è finalmente tornato in studio e “Da qui a domani” ha fatto il suo ingresso nel mercato discografico italiano a passo felpato, celebrando un nuovo respiro, un rito fatto di attenzione e di cura estrema per ogni parola scritta e poi scandita. Se “il futuro è un’ipotesi”, Miro ha dimostrato benissimo di saper sfruttare il presente: semplicemente vivendolo, consapevole. Anche adesso, mentre è impegnato a dare forma alla sua nuova creatura discografica, non smette di mettersi alla prova con la classe e con l’umiltà che lo contraddistinguono da sempre. Nella conversazione che segue Miro e Monica parlano di amici vecchi e nuovi, delle loro più importanti fonti d’ispirazione e della sfida che sono consci di aver affrontato col proprio sodalizio.

In “Da qui a domani” hai deciso, insieme a Cristiano Santini e a Federico Bologna, di misurarti con l’elettronica. Com’è nata la scelta di lavorare con suoni sintetici? Puoi dirci se il tuo prossimo album si evolverà in questa stessa direzione stilistica?
Miro: Abbiamo pensato che un certo tipo di elettronica minimale potesse vestire il corpo parola-voce senza soffocarlo o privarlo della sua specificità di racconto in musica. Ti vesto ma non ti copro: questo è il concetto. Col prossimo album sta accadendo qualcosa di magico. I testi di Monica sono così coinvolgenti che i suoni della mia voce possono esplodere in tutte le loro sfumature: le svariate forme della mia vocalità diventano così ”struttura sonora dialogante con la musica”. Non avvertiamo la necessità di trovare un vestito al progetto, abbiamo bisogno di dialogare con tutti gli strumenti. È un percorso, siamo pronti.

In questi giorni festeggi il tuo trentennale come musicista. In trent’anni è cambiato il modo di ascoltare la musica, di diffonderla; si comprano sempre meno dischi ed è cambiato anche il modo di suonare dal vivo, di mettere al mondo un album. Come vivi il tuo ruolo, adesso, in questo contesto? Ti manca il panorama musicale di trent’anni fa?
Miro: Non sono in conflitto con il mondo di oggi, non sono il tipo di persona da ”come si stava meglio trent’anni fa”. Il mondo non era migliore, accadevano cose terribili esattamente come adesso. Allora avevo la giovinezza, ora sono un cinquantenne con degli obiettivi e la progettualità mi fa luce.

Ci sono state molte polemiche, spesso esagerate ed estremizzate, riguardo al tuo “confronto” con Fiumani. Personalmente ho vivida l’immagine di te e Federico che cantate “Caldo” abbracciati sul palco del Tenax nel 2002 (il video integrale dell’esibizione si trova nella ristampa di “Boxe”, ndr). Nel 2011, poi, sei apparso nuovamente al suo fianco, al Viper. Come hai vissuto questa sorta di “happening”?
Miro: Non so che dirti, con Fiumani vivo alla giornata. Ogni tanto ci incrociamo. Vedremo.

I Litfiba, durante quest’anno, hanno condotto un tour con Aiazzi e Maroccolo che è stato un successo. È un po’ di tempo che i Neon di Marcello Michelotti hanno ripreso a suonare dal vivo e l’anno scorso i Disciplinatha sono tornati insieme per un’unica data bolognese. C’è una vera e propria riscoperta di queste realtà di culto, complice un revival internazionale che guarda molto agli anni ’80. Cosa pensi delle “reunion”, oggi?
Miro: Mi piacciono solo le reunion temporanee e non tutte; ad esempio, oltre all’esperienza Disciplinatha di cui parli, l’operazione Canali Magnelli Maroccolo Zamboni con Angela Baraldi mi sembra particolarmente riuscita.

Hai partecipato all’attesissimo progetto di Gianni Maroccolo e Claudio Rocchi “vdb – nulla è andato perso.” Sono passati sei mesi dalla morte di Claudio. Cosa senti di ricordare della sua persona e del suo contributo alla musica italiana più colta e sperimentale?
Miro: Si, io e Monica abbiamo partecipato e siamo orgogliosi e felici di averlo fatto. Purtoppo non ho conosciuto Claudio, non c’è stato il tempo, forse c’incontreremo altrove. Il musicista Rocchi lo conoscevo bene; dell’uomo rimangono le fidate testimonianze di amici carissimi e il magico ascendente che avevano le sue parole sulla mia coscienza. Abbiamo perso un gigante.
I testi di Monica Matticoli sembrano cuciti su misura per la tua voce, mai così protagonista come in “Da qui a domani.” Come è iniziato il vostro sodalizio artistico?
Miro: Ci siamo conosciuti su un social network e abbiamo subito deciso di collaborare. Monica mi ha proposto il progetto “Da qui a domani” e per me è stato irresistibile, le ho detto di sì. Mi appassionava l’idea di raccontare la storia di un uomo che poteva assomigliarmi e mi stimolava l’idea di lavorare a un progetto contaminato che mi permettesse di approcciare un testo non immediatamente riconducibile alla forma-canzone ma allo stesso tempo estremamente “musicale”. Inoltre, per lavorare quei testi e piegarli in melodia, non avrei fatto ricorso ad altro “strumento” che non fosse il mio, che non fosse la voce. Il che era possibile anche perché Monica non scriveva per una lettura silenziosa o per un destinatario generico ma sentiva quelle parole pronunciate, cantate da me, dalla mia voce. E si divertiva a complicarmi la vita! Però senza quella complicazione non avrei potuto esplorare le mie potenzialità, quello che potevo e volevo fare. La scrittura di Monica è per me fonte di ricerca e crescita continue perché mi pone davanti sempre nuove sfide.

So che Paolo Conte è uno dei tuoi artisti preferiti e quando ascolto “Dal vetro allo specchio” mi piace pensare che tu e Monica abbiate confezionato un personalissimo ed originale omaggio al maestro. Invero, ho notato nella scrittura di Monica una capacità elevata di coniugare all’immanente immagini e suggestioni surreali, a tratti ermetiche. Mi rivolgo direttamente a lei: Monica, come ti sei rapportata alla forma-canzone? Hai avuto in mente qualche punto di riferimento, artisticamente parlando?
Monica: Ho un grande amore per Francesco Guccini e ho sempre desiderato scrivere un testo che, come “Farewell”, “Scirocco”, “Eskimo”, raccontasse stralci di vita o vite intere in poche righe e immagini. Le sue canzoni sono fra i rari casi in cui riesco autenticamente a riconoscermi perché a mio parere Guccini mette in scena un dialogo fra maschile e femminile in cui la donna non è musa né muto pre-testo né destinataria o altre simili ‘costolaggini’, passami il neologismo brutto quanto vuoi ma efficace. Certo, per ottenere ciò che Guccini realizza in una sola canzone io c’ho messo un abum intero ma tant’è e sono felice d’avere ancora tutto da sbagliare, giusto per citarlo.

Rispetto alla tua domanda sulla forma-canzone, e penso alla sua struttura più comune, posso dirti che mi ci sono rapportata proprio male perché non sono mai riuscita a scrivere versi omogenei, magari vocalici, possibilmente organizzati in strofe e ritornelli. La struttura diciamo anarchica che nei primi giorni di lavoro destabilizzava un po’ Miro è in seguito diventata il segreto del nostro metodo: sperimentare, trasformare una parola talvolta respingente in melodia distendendo il linguaggio in narrazione mediante lo strumento-voce non gli sarebbe stato possibile se avesse avuto di fronte a sé un testo collusivo invece di una parola da scoprire, corteggiare, con cui aprire un dialogo in cui essa conservasse un po’ della propria voce e non prendesse solo i tratti, melodici e interpretativi, di chi pretendeva di dargliene una.

Miro, c’è qualche musicista italiano, contemporaneo, che stimi maggiormente?
Miro: I grandi maestri contemporanei: Paolo Conte, Ivano Fossati, Franco Battiato e quelli, come Lucio Dalla, che se ne sono andati…

Un’ultima domanda: alla luce del tuo incontro con Demetrio Stratos, qual è la tua idea di “suonare la voce”? Non pensi che nella scena musicale italiana ed internazionale si stiano compiendo un po’ troppi tentativi di imitazione a sfavore di una personale ed autentica dimensione artistica?
Miro: Stratos è unico come lo è Picasso. Spesso i grandi artisti vengono imitati e non esplorati perché è più semplice. Credo che partendo dal termine del suo straordinario percorso di ricerca potremo capire dove incomincia il nostro. Il mio, almeno.

Grégor Samsa, Darkitalia, 3 dicembre 2013

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